mercoledì 4 febbraio 2015

IO NON VOLEVO FARE LA PITTRICE

Riordinando quei cassetti dove si accumula un minestrone di ricordi e cianfrusaglie, mi è capitata tra le mani la mia tesina dell'Accademia... un tuffo nel passato! Osservando quelle immagini fatico a riconoscermi. Quell'altra me che si racconta in quei lavori è distante molto più dei 27 anni che sono trascorsi.
In quel periodo vivevo a Bologna in un appartamento per “studenti” insieme ad alcune amiche. Sono stati anni molto importanti, un'esperienza incredibile di libertà, scoperta e arricchimento, ma anche di turbamenti, irrequietezza e caos. Ero affamata di esperienze, curiosa di tutto, all'Accademia frequentavo quanti più corsi possibile: fotografia, incisione, argilla, grafica, anatomia, pedagogia, mass-media, storia dell'arte, costume... Ma me ne stavo alla larga dall'atelier di decorazione, quello che poi era il mio corso principale.
Mi ero iscritta all'Accademia di Belle Arti scegliendo come indirizzo “decorazione” perché ero convinta che lì si sviluppasse l'arte applicata al design, ma in realtà tra i rami “decorazione” e “pittura” non c'era alcuna distinzione e io, che NON VOLEVO FARE LA PITTRICE, mi sentivo come il classico pesce fuor d'acqua!
 Ricordo benissimo la prima volta che entrai nell'atelier. Ero delusa, frustrata e anche molto arrabbiata. Mi sentivo a disagio in quell'enorme stanza dove ognuno dipingeva nel proprio angolino, l'aula era sempre affollata, ma la sensazione era di grande solitudine. Ogni giorno entravo, firmavo la presenza e uscivo. Nell'attraversare l'aula lanciavo uno sguardo distratto ai lavori appesi alle pareti e gli alunni che lavoravano sembravano avere tutti le idee molto chiare, mentre io le idee le avevo ancora parecchio confuse. Questo mi disorientava e mi metteva di fronte al fatto che, se non sapevo cosa fare, probabilmente era perché io non avevo niente da dire.
Ma per fortuna mi sbagliavo.
 Dopo alcuni mesi entrai "per caso" nel laboratorio di Scultura, un seminterrato più simile a un cantiere che a un'aula. Chi scolpiva con grande fragore enormi blocchi di marmo, chi saldava tra fumo e scintille, chi creava bellissime sculture di tessuto e colate di resina... Ne rimasi folgorata e in un istante l'aria di quel luogo spazzò via tutta la polvere dalla mia anima e iniziai quasi "clandestinamente" a frequentare il laboratorio. Mi innamorai di quell'atmosfera e anche di uno scultore e con la scusa di andarlo a trovare, rimanevo ore a pasticciare con ogni sorta di materiali: cemento, pigmenti in polvere, legno, gesso... Avevo iniziato anche a girovagare per discariche alla ricerca di vecchie grondaie di rame e ferri arrugginiti, accendevo falò in giardino per dipingere con il fuoco, usavo acidi per ossidare vari metalli, assemblavo, saldavo... Non sapevo cosa ne sarebbe venuto fuori, le idee erano ancora confuse, ma finalmente avevo mosso il primo passo, quelli erano i miei primi tentativi verso una ricerca artistica, ricerca che non si è mai più arrestata e continua ancora oggi.
Allora non ne ero consapevole, ma riguardando ora le foto dei miei lavori, percepisco chiaramente che da quegli squarci aperti come ferite sanguinanti sulla densa corazza di gesso e colla, la mia anima creativa stava urlando tutta la sua sofferenza. In quel grido però oltre al patimento per essere stata a lungo repressa, c'era soprattutto un impeto di rottura, la voglia di uscire dalla prigionia di schemi e giudizi, lo slancio verso il nuovo!

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